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ED MCBAIN, LA CORALITA' NEL POLIZIESCO

Andrea Franco
2 giorni fa
Tempo di lettura: 7 min

L’anno è il 1956. L’autore è Ed McBain e il libro "L’assassino ha lasciato la firma" (titolo originale: "Cop hater").

Sono passati 70 anni, ma questo romanzo ha segnato l’inizio di un qualcosa che prima nel giallo classico, o più in generale nel poliziesco, non esisteva: l’investigazione di gruppo,

Steve Carella, Meyer Meyer, Bert Kling, Hall Willis, Arthur Brown, tenente Byrnes, Richard Genero, Cotton Hawes, Alex Delgado, Andie Parker, Carl Kapek, Bon O’Brien, Ollie Weeks…

Questa, a tutti gli effetti, è una squadra. Nel senso che gli elementi di questo elenco lavorano assieme, non sempre, non con la stessa bravura e responsabilità, ma sono parte di un gruppo. Nessun genio, nessuna capacità particolare. Sono i detective dell’87° distretto. Un elemento sopra l’altro, in un gioco di pazienza e intuizioni molto reali, molto vicine al lettore stesso.

Con il romanzo "L’assassino ha lasciato la firma" la firma Ed McBain ha iniziato un ciclo lunghissimo e con gli anni ha aggiunto un qualcosa in più al poliziesco, portando il giallo su un piano diverso. Sempre rigoroso e preciso, ma con un qualcosa in più.

Prima di passare a parlare di questo “qualcosa in più”, è doveroso riportare i primi paragrafi del romanzo. Non perché siano particolari, semplicemente perché sono l’inizio di tutto questo cambiamento. Un punto fermo nella storia del giallo sul quale non possiamo sorvolare:

 

Dal fiume che cinge la città a nord, si vede l’orizzonte. Stupendo. Si guarda in su, quasi con sacro timore, e vien fatto di trattenere il fiato davanti a quello spettacolo di splendore maestoso. Le sagome nette degli edifici squarciano il cielo divorando l’azzurro. Cubi e parallelepipedi, rettangoli schematici e spirali aguzze, minareti e picchi, forma sopra forma, si amalgamano in un tutto geometrico risaltando contro lo specchio bianco e azzurro del cielo.

 

Un inizio descrittivo, l’autore ci sta facendo entrare nella sua città immaginaria, con stile asciutto e poetico. Poi dopo qualche riga ci dice che sta per accadere qualcosa: sta iniziando la storia.

 

Sotto i grattacieli, sotto le luci, ci sono le strade.

E le strade sono anche sudice.

La sveglia suonò alle undici di sera.

 

McBain ci ha proiettato in strada. Di notte. Nel sudiciume. Adesso, anche il lettore è lì, a Isola, la grande città violenta, mentre qualcosa sta per accadere.

 

Quel 1956 è un anno fondamentale per la storia del poliziesco, che porterà mutamenti molto più significativi che non il semplice metodo d’investigazione.

Innanzitutto, importante è il cambiamento che subisce il ruolo della polizia all’interno del genere. Benché il commissario Maigret (muova i suoi primi passi nel lontano 1929 in una serie di novelle scritte per la rivista Détective, la maggior parte della letteratura gialla vede in primo piano personaggi che non appartengono alle forze dell’ordine, anzi. Molto spesso il poliziotto di turno è quasi messo in un angolo (se non in ridicolo) da detective più o meno ufficiali, quasi improvvisati. Per fare un esempio potremmo ancora una volta aiutarci con i romanzi di Rex Stout, dove il geniale e scontroso Nero Wolfe mette più volte in difficoltà l’ispettore Fergus Cramer, quasi deridendolo. Ma se possiamo affermare che il pachidermico investigatore della 35° strada è pur sempre uno del campo, non possiamo certamente dire la stessa cosa di altri personaggi (gli stessi Philo Vance, Miss Marple, o per fare un esempio televisivo molto noto, la lunghissima serie della signora Jessica Fletcher, nel cui ruolo oramai è prigioniera l’attrice Angela Lansbury). Adesso la polizia è in primo piano e non solamente attraverso un suo rappresentante. C’è una squadra intera, un distretto, un gruppo di personaggi non necessariamente affiatati, come nella realtà. Investigare è un lavoro duro e impegnativo e per la prima volta, con decisione, la polizia è dalla parta della gente, contro il crimine, lasciandosi alle spalle quella veste d’antipatia che il genere gli aveva costruito attorno. Adesso, in qualche modo, il poliziotto è l’eroe, colui che tra mille difficoltà, lotta contro il male. Fondamentale in questo passaggio è il cambiamento del punto di vista. Adesso il crimine è vicino al lettore, in strada, nelle case di gente normale. E la polizia è lì, a un passo, nel bene come nel male.

Il protagonista-investigatore (nel nostro caso, relativamente all’87° distretto di McBain, tutto il gruppo) smette di essere semplicemente uno strumento per raggiungere l’obiettivo. I vari detective non servono alla storia solo per tirare le somme e alla fine mettere al muro l’assassino. Da elementi della struttura, diventano, per l’appunto, personaggi, a tutto tondo.

Con la serie di McBain il tempo e la vita privata dei personaggi vengono proiettati nella storia, nel giallo, e se dopo aver letto qualche romanzo rimaniamo affascinati da un personaggio quale Steve Carella (che nel frattempo si sposerà e avrà due figli), è proprio perché nel corso delle vicende, nel modo di pensare e parlare, proietta quel qualcosa di molto personale che in qualche misura è dettato dalla sua vita privata e interiore.

Il lettore lo sa, e lo capisce, il personaggio, magari qualche volta intuisce pure le sue reazioni prima che queste avvengano. Il lettore sa che è un tipo a posto, corretto e cupo. Il lettore non può rimanere impassibile quando soffre, magari perché qualcuno ha ucciso in modo violento suo padre ( Vedove", "Widows", 1991).

Il lettore è nella storia, non semplicemente appresso al giallo, è lì, al fianco di tutti i protagonisti, pronto a seguire la trama del delitto, ma mai deluso quando l’autore si sofferma (senza mai divagare eccessivamente) ad analizzare la vita dei protagonisti, quella stessa vita che farà loro prendere una decisione piuttosto che un’altra.

Ed McBain ha portato il crimine vicino al lettore, ma per fare questo non ha potuto lasciare indietro i protagonisti delle storie. Un personaggio stereotipato calato in un sistema complesso quale la realtà sarebbe stato niente più che una marionetta. La vita vuole la vita.

E così succede che anche davanti a passaggi che potrebbero risultare banali, chi legge può sentirsi travolgere da un qualcosa di più profondo, indefinibile, qualcosa che lascia il segno in qualche modo. .

Il lettore che conosce il personaggio viene toccato e non può non sentire qualcosa dentro di sé. Questo particolare è mancato in molti romanzi della prima generazione come in quelli "hard-bolied" di Hammett e Chandler.


Nessuno nega né la bellezza né la precisione logica della letteratura antecedente, senza la quale non staremmo qui a parlare, ma se da questo momento in poi il modo di scrivere è cambiato, è proprio grazie all’introduzione di elementi nuovi. Le famose regole del giallo sono sacre e immutabili. Qua e là, nel mezzo, qualcuno ci ha messo pure del suo. McBain, con le sue indagini corali, ci ha schiaffato dentro la vita. Direi che non è cosa da poco.

McBain scrive in modo molto personale. Niente di particolare, ma lo stile è riconoscibile. Il punto di vista esterno e l’uso asciutto e forte di lessico e sintassi aiutano a creare delle situazioni in cui il lettore si deve fermare un attimo, per assaporare il momento, lieto e meno che sia. L’autore scatta delle fotografie e te le schiaffa davanti, sintetico e preciso.

Quando questo stile si abbina alla vita dei personaggi della serie, l’effetto è incredibile. Nel romanzo "Attentato Carella" ( "Killer’s wedge"), tutto questo lo troviamo insieme. Qui la coralità si manifesta in tutta la potenzialità.

Attraverso la coralità si risolva un caso, ma chiarisce molto lo stile e l’innovazione dell’autore. Ognuno è parte del gioco, ognuno ha un pensiero e uno stato d’animo. Tutti insieme compongono un affresco sicuramente molto particolare ed eterogeneo.

E anche per quanto concerne il lavoro di risoluzione di un caso c’è un cambiamento. I romanzi a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, sulla scia del positivismo, davano molto spazio alla logica, alla ragione, alla scienza, mettendo in campo detective più interessati al “gioco” complesso di trovare una soluzione che al crimine stesso. Aspiravano alla verità in quanto una e individuabile. Questo un poco alla volta viene abbandonato e il crimine in quanto fattore sociale riprende una collocazione più consona. Anche i detective, a questo punto, scendono dal piedistallo e diventano uomini, con i loro limiti e le loro peculiarità. Così adesso li vediamo muoversi insieme, confrontarsi, spalleggiarsi l’uno con l’altro. Alla fine si può giungere alla verità sommando tanti tasselli in un gioco di squadra imprescindibile. L’intuizione geniale si trova anche in questi contesti, ma molto spesso indotta da un continuo scambio di battute tra colleghi, non attraverso percorsi mentali intimi di un solo personaggio.

Qualcosa di simile a quello che avviene tutti i giorni, presumibilmente. Suggerirei un modo semplice per fare la conoscenza con i detective dell’87°. In un romanzo, infatti, l’autore si è divertito a raccontare un’intera giornata, da mezzanotte a mezzanotte, muovendo quasi tutti i suoi personaggi (non tralasciando nessuno dei principali). Quasi come leggere diversi racconti calati nella struttura di un romanzo. Il titolo è "87° distretto: tutti presenti" (titolo originale: "Hail, Hail, the Gang's All Here!", 1971). Vi regalo l’inizio:

 

È il momento in cui la notte si trasforma, inavvertita, in sordina, nelle prime ore del mattino.

Il quadrante screpolato dell’orologio appeso alla parete segna un minuto a mezzanotte, e poi, mezzanotte, e poi la lancetta dei minuti si sposta visibilmente e con uno scatto entra nel nuovo giorno. Sono cominciate le ore del mattino ma è difficile che qualcuno se ne sia accorto.

 

Il lettore, sì che se ne accorge. È questo che conta. Dopotutto siamo a Isola, la Grande Città Violenta.


Andrea Franco scrittore, editor, editore


Ed McBain nasce Salvatore Lombino, ma ottiene il permesso di cambiare il suo nome in Evan Hunter, nome al quale è legata la sua produzione letteraria più “elevata”. Lo pseudonimo McBain, uno dei tanti che ha usato, e decisamente il più noto, è servito all’autore per distinguere dal resto della sua produzione quella che al tempo era considerata narrativa di secondo piano. A nome Evan Hunter rimane legata comunque una vasta produzione, tra i quali l’ottimo e famoso romanzo Il seme della violenza (The Blackboard Jungle, 1954).

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